Giocatori: I Campioni del Mondo

Storia dei Giocatori di biliardo Campioni del Mondo

La storia dei Mondiali di Biliardo è ricca di aneddoti e personaggi leggendari. In queste pagine abbiamo raccolto i profili dei più grandi campioni del presente e del passato, compiendo un viaggio a ritroso nel tempo che ci ha permesso di arrivare fino ai giorni nostri, dove a stagliarsi all’orizzonte c’è la figura affascinante del Mondiale di Milano del 2015.

Campione del Mondo: Giampiero Rosanna

Per il primo capitolo nostro percorso abbiamo deciso di partire da uno dei campioni italiani più amati di sempre: Giampiero Rosanna.
Servendoci dei suoi ricordi abbiamo riassaporato il gusto di un biliardo dal sapore diantico, fatto di profondo rispetto e di grande tradizione.
Un viaggio che inizia dai famosi anni’60, con sullo sfondo un Giampiero Rosanna poco più che quattordicenne.

“In quelli anni racconta il due volte Campione del Mondo noi ragazzi andavamo sempre all'oratorio. Si giocava a calcio dalla mattina alla sera e ogni tanto ci scappava anche qualche partita a biliardo. Il  tavolo Verde mi ha sempre affascinato. Spesso guardavo quelli più grandi giocare e ricordo che non appena lasciavano Ie stecche, mi fiondavo per provare i tiri. E state davvero un amore a prima vista e da li in poi mi sono dedicate anima e corpo al biliardo!’

Una dedizione che nel tempo è diventata anche una vera e propria vocazione. Crescendo e giocando infatti Rosanna capì che il biliardo poteva essere Ia strada da intraprendere per inseguire i suoi sogni.

"Qualche anno dopo decisi di provare la mia abilita nelle competizioni nazionali. I primi campionati italiani i feci nel 1963. Quello che mi ha sempre colpito di questi tornei è stata la serietà e la professionalità dei giocatori. Era usuale infatti darsi delle ai tavolo e in qualsiasi partita, sia che fosse una di qualificazione, sia che fosse una finale, c’era sempre Io stesso rispetto.

Dopo i primi anni di apprendimento cominciai anche a vincere e a costruire la mia carriera".

Messi i primi tasselli con le vittorie nei campionati italiani iniziate nel  1975, per Rosanna arrivò il momento di misurarsi anche con qualcosa di più grande: gli Europei e i Mondiali.

"ll primo Mondiale lo disputai nel 1982 a Loano. Da li in poi partecipai in totale a dieci edizioni, andando anche tre volte in Sud America. Sono state tutte esperienze straordinarie. Dall’altra parte del Mondo c'è un approccio al biliardo quasi calcistico. Nelle sale argentine c’è un tifo assordante, quasi da stadio e noi giocatori italiani venivamo davvero travolti da questa passione. Siamo riusciti comunque a toglierci spesso anche qualche soddisfazione.

Nel 1983 per esempio, a Marco Juarez, in Argentina, ci fu una sfida che ricordo con piacere. Si stava per entrare nelle fasi finali del torneo ed io ormai non avevo più possibilità di qualificarmi.

In quegli anni infatti si giocava tutti contra tutti e solo chi aveva un record migliore accedeva alla fase successiva.
Con quella particolare formula chi aveva meno sconfitte poteva anche essere incoronato Campione del Mondo senza disputare la finale. Il grande equilibrio che c’era all'epoca tuttavia non ha mai permesso che questo accadesse, anche se quell'anno si andò molto vicino.

L'argentino Miguel Angel BorreIli infatti aveva una sola sconfitta all'attivo e doveva ancora giocare con me.  Me. Carlo Cifalà invece ne aveva due. Un'altra Vittoria di BorrelIi in somma avrebbe chiuso i giochi. Prima della partita ricordo che Cifalà venne da me e mi disse di aiutarlo a giocarsi il tutto per tutto. Nonostante non avessi più chance per la Vittoria finale riuscii comunque a dargli una mano, giocando fino alla morte con Borrelli, in un clima infernale e con tutti i tifosi argentini scatenati. Alla fine riuscii a vincere quella partita rimettendo in corsa Cifalà per la finale.

Una vittoria storica dunque quella con Bonelli, che si ripropose poi anche due anni dopo, sempre in un Mondiale, anche se questa volta in palio c’era la finale.

"Nel Campionato del Mondo del 1985 a Spoleto si giocò per la prima volta su un biliardo senza buche. Io non ero fra i favoriti perché erano presenti giocatori del calibro di Borrelli, Cifalà, Lotti e Gomez. Persi comunque solo una partita con Gustavo Torregiani e riuscii ad arrivare fino infondo soverchiando tutti i pronostici. In semifinale superai PaoIo Diomajuta e poi nella finalissima ci fu la sfida con Borrelli.

Ricardo che fu una partita molto intensa. Lo avevo battuto due anni prima e il suo temperamento tipicamente argentino si fece sentire. Riuscii comunque ad avere la meglio e a laurearmi Campione del Mondo per la prima Volta. Fu una grandissima soddisfazione per me”.

Le vittorie, si sa, portano sempre altre vittorie e cosi nel Mondiale successive, quello del 1987 disputato neII'affascinante cornice del Castello Sforzesco di Milano, Giampiero Rosanna è chiamato a difendere il suo titolo, ma qualcosa va storto.

"In quel Mondiale stavo giocando bene. Nella partita decisiva per entrare a far parte degli ultimi quattro tuttavia accadde l’impensabile. Dovevo giocare contro Nestor Gomez e poco prima del match avvertii dei dolori tremendi al ventre. Erano dei calcoli renali. Non volevo abbandonare il torneo e cosi presi degli antidolorifici. L’effetto tuttavia durò poco, soprattutto perché Ia partita fu posticipata per favorire riprese televisive. Arrivai alla fine stremato e fui costretto a cedere il passo al mio avversario, che giocò comunque un grande torneo.”

Il secondo appuntamento con la gloria pero per Rosanna è gia scritto. Dovrà pazientare un po' tuttavia prima di afferrarlo.

"Sette anni dopo riuscii finalmente a prendermi la mia rivincita con il destino. Era il 1992 e nel Campionato del Mondo giocato ad Arezzo mi portai nuovamente a casa la coppa. Se me lo aspettavo? Beh, si gioca sempre per vincere. Ogni volta che si prende in mano Ia stecca si avvertono tante piccole case. Vincere una partita quando magari non hai giocato benissimo, riuscire a fare un tiro in determinate situazioni, sono tutte componenti che ti possono aiutare soprattutto dal punto di vista mentale. Quell’ano poi fu un po'particolare. Venivamo da una stagione piena di eventi, nella quale si riproposero molte volte Ie stesse sfide.

Nei Campionati Italiani cosi mi ritrovai sempre in fondo con Riccardo Belluta o Arturo Albrito. Anche ai Campionati Europei in Spagna fu la stessa cosa, con la classifica finale che vide Riccardo Belluta al primo posto, Arturo Albrito al secondo e io al terzo.

Duelli che si ripresentarono anche ai Mondiali, con le semifinaIi fra Belluta Gomez da una parte e AIbrito-Rosanna dall’altra. In finale avanzammo io e Belluta e ricordo che quella partita fu molto emozionante. Ero avanti 2-0 ma Belluta, che era Campione Italiano ed Europeo in carica, riusci a rimontare. Ci giocammo cosi il titolo ”alla bella” e alla fine fui in a vincere”.

33 anni. Tanto è passato da quei primi tiri all’oratorio fino aI secondo titolo mondiale del 1992, eppure per Rosanna la passione per il biliardo non e mai mutata.

Da quel secondo successo iridato sono passati altri 23 inverni, fino ad arrivare ai giorni nostri, con all’orizzonte il prossimo Mondiale di Milano. Un appuntamento al quale il campione nato a Busto Arsizio nel 1944 si dice pronto a partecipare.

"II gioco è cambiato tanto negli anni  conclude Giampiero Rosanna  è diventato più aggressivo. Una volta si giocava in maniera molto tattica, cercando anche colpi di difesa. Ora si punta sempre a fare punto, con delle visioni più moderne. Il prossimo Mondiale di Milano comunque è un appuntamento che mi attrae e per questo ho deciso che prenderò parte alle qualificazioni. Sarà una prova anche per me stesso e per i tanti appassionati che ancora si ricordano di me".

Campione del Mondo: Carlo Cifalà

E` il giugno del 1987 e a Milano si è riunito il meglio del biliardo internazionale per la decima edizione dei Campionati del Mondo. Ci sono più di 3000 persone ad assistere alla finale e il clima che si respira nel maxi tendone montato per l'occasione al Castello Sforzesco e di quelli da brividi.

Uno di fronte all’altro ci sono Carlo Cifalà e l'argentino Nestor Gomez, due vere e proprie istituzioni del mondo del biliardo. Il risultato è una partita epica, destinata a rimanere nella storia di questo sport.

Settantatré minuti di manuale illustrate del biliardo, con il finale d’autore scritto per l’occasione da Carlo Cifalà grazie ad un colpo da quattro punti di pallino che Io proietta nell’olimpo dei più grandi. Poi, come nei film, l’ambiente diventa ovattato. Si sente solo il boato del pubblico italiano che stringe su di sé il suo campione mentre questi, visibilmente emozionato, si lascia andare in un pianto liberatorio.

Un’immagine bellissima che oggi, a 28 anni di distanza da quel giorno, possiamo rivivere attraverso l’attesa per un altro Mondiale, quello che si terrà dal 17 al 27 settembre nuovamente a Milano. Per farlo abbiamo usato le parole proprio di Carlo Cifalà, che cl ha aperto le porte dei suoi ricordi raccontandoci momenti di sport incredibili.

"Sembrerà una cosa assurda commenta Con un sorriso Cifalà ma prima di quella partita ho sognato per un mese intero, tutte le notti, di essere in finale al Mondiale e di fare l'ultlmo tiro di chiusura contro un grande campione. Riesce a crederci? Quando tutto ciò si è concretizzato anche nella realtà è stato davvero come vivere un sogno ad occhi aperti. Sono arrivato a quel Mondiale da campione Italiano ed europeo in carica, ma quando si gioca contro talenti di caratura internazionale pub succedere di tutto. Nella mia carriera quello fu ovviamente uno dei momenti più alti, ma in un gioco come il biliardo non ci si può soffermare solo sulle vittorie. Non posso scordare infatti anche alcune delusioni che mi porto dentro ancora oggi, soprattutto per quello che ha riguardato proprio il movimento del biliardo in quegli anni. Da parte mia ho sempre cercato di trasmettere con il mio gioco un messaggio di educazione, di sportività e di civiltà. Non sempre però è stato possibile per questo, come ho detto, mi porto dentro un grande rammarico".

Mentre pronuncia queste parole nel tono del grande Cifalà c'è un moto di velata malinconia. Un campione forte e umile allo stesso tempo, un personaggio carismatico e silenzioso che si è avvicinato al biliardo in un modo cosi casuale the non si può non pensare che sia stato il fato a metterci iI suo zampino.

“lo collaudavo ingranaggi di aerei continua Cifalà Era questo il mio Iavoro. Poi un giorno andai con mio padre a Torino ed entrando in un club per prendere un caffé, vidi giocare ad un tavolo il grande campione Paolo Coppo. Era il 1978 e da quell’incontro con quella figura cosi misteriosa la mia vita cambio totalmente.

II biliardo infatti fu una vera e propria folgorazione, un amore folle che mi portò a fare anche una scelta drastica, ovvero licenziarmi dal mio lavoro e dedicarmi anima e corpo a questo sport. I primi tempi stavo are e ore ad osservare Coppo, cercando di entrare nella sua testa per carpire i segreti delle sue geometrie. Osservavo ogni singolo movimento, ogni suo sguardo sul tavolo, anche il più impercettibile. Cinque mesi dopo capii che quella era davvero la strada giusta per me e cominciai a raccogliere i primi risultati. Nel 1980 vinsi il primo titolo italiano e poi fui in grado di ripetermi per nove anni di fila. Oltre alle vittorie nazionali arrivano anche quelle internazionali, come i due europei conquistati nel 1986 e nel 1988 e l'affermazione Mondiale del 1987”.

Quando si raggiungono vette cosi alte è inevitabile col passare degli anni voler trasmettere il proprio sapere. E quello che in sostanza fanno i grandi maestri e Carlo Cifalà maestro lo è stato e Io é ancora per una generazione intera di giocatori professionisti, ma non solo.

"Ho cercato di portare avanti la filosofia biliardistica che mi aveva inculcato Coppo commenta ancora il campione nato a Messina nel 1948 aggiungendoci la mia abilità e la mia esperienza. Ho cercato di fare per tanti giovani quello che fece Coppo per me. Mi è capitato distare anche fino alle 7 del mattino per insegnare ai miei allievi tutto quello che ho appreso in più di trent'anni di biliardo. L’ho fatto sempre con passione e con dedizione, mettendoci tutto quello che avevo. Nonostante questo non mi è mai interessato apparire. A casa, di tutto quello che ho fatto, non ho più niente, ho regalato tutto. Ho cercato di pensare sempre e solo al biliardo, anche quando mi sono ritrovato a dare Iezioni a personaggi del calibro di Alain Prost o Diego Armando Maradona. Quello the è rimasto sempre dentro di me invece è l’affetto dei tanti appassionati di biliardo che oggi, a distanza dei tanti anni, mi vedono ancora come un simbolo di un'era. Mi è capitato per esempio di girare nelle sale e sentire dopo un bel colpo delle espressioni tipo: "Tiro fantastico, sembri Cifalà!". Ecco, questo penso che sia uno dei riconosci menti più belli che un giocatore possa avere".

Mentre pronuncia queste parole Carlo Cifalà freme dalla voglia di andare a giocare Al PaIabiliardo di Rho infatti, dove gioca abitualmente, è pronto ad un'ennesima sfida.

Niente coppe o titoli Mondiali. Solo lui, la sua stecca e uno dei tanti avversari che quotidianamente ha l’onore e il privilegio di sfidarlo. Prima di lasciarlo andare pero è d’obbligo, in chiusura, un pensiero sui prossimi Mondiali in programma dal 17 al 27 settembre a Milano, la citta che nel 1987 lo porto sul tetto del mondo.

"Escludo una mia partecipazione al prossimo Mondiale conclude Cifalà non e nelle mie intenzioni prendere parte alle selezioni. Preferisco continuare ad insegnare. Ho sempre pensato comunque che il biliardo porti dentro di sé le caratteristiche necessarie per diventare uno sport olimpico. E` sempre stato un mio sogno e spero che il prossimo Mondiale possa essere proprio una svolta in tal senso".

Campione del Mondo: Nestor Osvaldo Gomez

Se ‘e vero che gli sport uniscono le Nazioni, il biliardo può essere considerato in tal senso il filo conduttore naturale fra ltalia e Argentina. Due Paesi cosi lontani, ma allo stesso tempo vicini grazie a quella passione e a quel temperamento sanguigno che legano da sempre Ie due realtà. Non a caso diversi giocatori argentini hanno trovato in Italia la loro seconda casa, portando nei posti dove sono arrivati una filosofia di gioco innovativa.

Uno dei precursori è stato il leggendario Nestor Osvaldo Gomez, vincitore nella sua carriera di 5 Coppe intercontinentali, 18 titoli argentini, 1 Campionato Europeo per nazioni a Squadre, 1 Campionato ltaliano a Squadre, 1 Campionato Italiano a Coppie e 2 titoli Mondiali.

Un palmarès the affascina, ma che da solo non basta per spiegare quanta la figura di Gomez sia stata importante per il mondo del biliardo. Una carriera che dura da più di 50 anni infatti non si può descrivere solo con le vittorie, ma si traduce anche con una personalità che lo ha posto, e lo pone ancora, nell'élite assoluta del Gioco.  Ecco perché nelle nostre tappe di avvicinamento aI Mondiale, la storia di Gomez diventa un nodo cruciale per comprendere al meglio il fascino che si cela dietro l'attesissimo torneo . Il suo avvento, e pin in generale quello dei giocatori argentini, ha contribuito infatti a creare un dualismo fra Italia e Sud America che ha caratterizzato Ia storia recente del biliardo Mondiale.

Un rapporto di amore, odio ma anche profondo rispetto, come possiamo apprendere dallo stesso "Nené" Gomez, mentre ci raccontala sua vita durante uno dei soliti viaggi in treno verso le sale biliardo di tutta ltalia.

“Tutto è cominciato in Argentina ,a Necochea inizia con il suo ricordo Gomez Da noi il biliardo è un sport popolare e sono in molti a praticarlo. Mio papà mi portava nelle sale a guardare le partite ed io stavo il buono e non mi perdevo nulla di quello spettacolo. A 13 anni cosi cominciai a giocare e fu da que momento che iniziò ufficialmente il mio rapporto d’amore con il biliardo".

Da quei primi anni trascorsi a giocare nelle sale di Necochea, Nestor Gomez conserva un ricordo romantico e nostalgico. Da li infatti è iniziato il cammino che lo ha portato ad essere il numero uno prima nella sua nazione e poi nel Mondo. Una popolarità crescente che negli anni ‘80 lo ha proiettato fra i migliori sportivi di quell’epoca.

"In Argentina il biliardo e uno sport nazionale continua Gomez Per meglio comprenderne la sua importanza posse dire che quando vinsi il mio primo titolo argentino fu il Presidente della Nazione a consegnarmi la Nestor Gomez medaglia. Nel corso degli anni poi arrivai due volte terzo nella classifica annuale dei migliori sportivi del mio Paese. Un traguardo molto importante vista anche la presenza di mostri sacri dello sport come la tennista Gabriela Sabatini o Diego Armando Maradon. Ero considerato insomma uno sportivo a tutti gli effetti e questo ha sempre dato grande lustro sia a me e sia al movimento del biliardo”.

Per entrare nella leggenda pero c'e bisogno di un’impresa che sia tangibile negli almanacchi. Gomez la mette in scena nel 1980 e nel 1982 quando conquista per due volte di fila il titolo di Campione del Mondo. Un capolavoro che fino a quel momento non era riuscito a nessun giocatore.

"Nel 1980 si disputò per la prima volta il Mondiale a Necochea racconta ancora Gomez Era per me un’occasione importantissima visto che giocavo in casa. Il clima era elettrizzante e in quei giorni ci furono più di 30.000 persone ad assistere alle partite. Tutto il Paese era in fermento ed io avevo una grande pressione addosso, i giocatori italiani presenti al torneo non credevano ai loro occhi per via del clamore che aveva suscitato l’evento. Con qualcuno di loro feci anche una scommessa che consisteva nell’andare a bussare alle porte delle case per vedere se le persone erano davvero a conoscenza di quanto stava accadendo. Gli italiani rimasero ovviamente a bocca aperta davanti alle risposte della gente ed io mi feci delle grosse risate.

Poi però venne il momento di fare sul serio. Ero reduce da un terzo posto a Bell Ville nel 1978 e un secondo posto a Pesaro nel 1979. Quella dunque era la mia occasione per vincere finalmente il titolo del Mondo.

Giocai un torneo praticamente perfetto e riuscii a trionfare davanti a Ricardo Fantasia, uno dei miei primi allievi nonché’ campione del Mondo nel 1978. Mi sentii al settimo cielo, una sensazione indimenticabile che riprovai anche due anni dopo, nel 1982 al Mondiale di Loano, in Italia, quando riuscii a difendere il mio titolo. Vincere infatti è sempre bello, ma farlo per due volte consecutive è un qualcosa di ancora più importante perché è la reale conferma sul campo del tuo valore”.

Per una personalità vincente come Nestor Gomez però i successi da soli non bastano, la sua continua voglia di migliorarsi e di confrontarsi con differenti scuole biliardistiche infatti lo ha portato a fare una scelta importante proprio quando era all’apice della sua carriera.

"Negli anni'80 decisi di trasferirmi in Italia, più: precisamente a Torino prosegue Gomez Subito dopo iI Mondiale uno sponsor mi fece un’offerta molto allettante, ma all’inizio fui restio ad accettare. In Argentina infatti avevo un’attività di commerciante ben avviata emi sembrava impossibile poterla abbandonare per andare in Italia a fare il giocatore di biliardo a tempo pieno. Dentro di me però c’era anche la voglia di confrontarmi con la scuola italiana, cercando allo stesso tempo di trasmettere quella che era la mia filosofia di gioco. Alla fine penso che sia stata una scelta vincente. Nel corso di tutti questi anni infatti ho potuto conoscere un nuovo tipo di biliardo, ed ho portato una ventata di aria fresca a tutto il movimento. Uno dei miei orgogli più grandi è quello di essere stato il maestro di giocatori che sono diventati poi dei vincenti. Fra i miei allievi per esempio ci sono stati l’indimenticabile Riccardo Masini, Andrea Quarta e ultimo Antonio La Manna. E` stato Dio a darmi questo dono e sono onorato di poter trasmettere ancora oggi la mia esperienza a dei giovani meritevoli”.

Fra gli allievi del grande Nestor Gomez figura ovviarmene anche suo figlio Camilo. Un duo, quello rappresentato da padre e figlio, che ha regalato spettacolo nell’ultimo Gran Gala di Saint-Vincent con la conquista del titolo italiano a coppie. L’ennesima dimostrazione insomma che la leggenda di Gomez è destinata a far sognare ancora, magari anche ai prossimi Mondiali di Milano.

“Non potrei mai mancare a questo importantissimo appuntamento conclude Gomez parteciperò alle selezioni con mio figlio. Voglio che lui si goda I'atmosfera magica che si respira in questo tipo di manifestazioni, cosi come successo a Saint-Vincent. Il Mondiale è un evento unico e spero che un giorno possa anche lui togliersi qualche soddisfazione.  Stessa cosa anche per Guido, il mio secondo figlio che invece fa il calciatore ed è tesserato con il Sassuolo. Ad entrambi auguro solo il meglio e prego Dio affinché’ possano essere sempre felici”.

Campione del Mondo: David Martinelli

La quarta storia del nostro speciale di avvicinamento al Mondiale di Milano del 2015 è ambientata sulle colline pisane. Un luogo dove selve dense di ulivi disegnano il paesaggio e dove il cielo, sereno e di azzurro intenso, domina incontrastato sulle case. Qui, in questi luoghi dove regna Ia tranquillità e la bonaccia è nato nell’aprile del 1971 David Martinelli, uno dei maggiori talenti biliardistici mondiali.

Il suo avvicinamento con il Gioco è naturale, quasi spontaneo, come ci racconta all'inizio del viaggio a ritroso nel tempo fra i sentieri dei suoi ricordi. "Mio papa giocava a biliardo rivela Martinelli era un buon giocatore di prima categoria. Un giorno Io accompagnai ad un torneo e Io vidi vincere. Avevo solo sei anni, ma rimasi molto colpito da quell’avvenimento. Cominciai a chiedere con insistenza di giocare e cosi mio padre mi costruì un mini biliardo. Inutile dire che per me era la cosa più bella del mondo. Passavo anche delle giornate intere a giocarci. Abitando in campagna poi, capitava che venissero anche più di venti ragazzini a sfidarmi. Fu in quel periodo che vinsi Ie mie prime partite, anche se per me, ovviamente, era ancora solo un gioco”.

Col passare degli anni però: la passione di Martinelli per il biliardo cresce sempre di più, fine a diventare una vera e propria professione. A 19 anni vince il titolo italiano di seconda categoria. Il primo acute di una carriera destinata a diventare ancora più importante.

"In quegli anni cominciarono ad arrivare i primi risultati e mi venne voglia di proseguire, di cercare di fare qualcosa di ancora più grande continua Martinelli Si aprirono quindi per me le porte del professionismo. Partendo dagli aspiranti riuscii a conquistarmi un posto fisso fra i cosiddetti grandi, fino ad arrivare poi al 1996 quando vinsi un titolo the solo qualche anno prima sembrava davvero impensabile”.

E` il 1996 appunto e a Saint Vincent si disputa il World Cup Pro 5 Birilli. David Martinelli ha 25 anni e negli occhi tutta la spensieratezza tipica di quell’età. Quella stessa leggerezza che gli permetterà di scrivere il suo nome in un albo d’oro dove compaiono leggende del biliardo come Carlo Cifalà o Gustavo Zito.

”Il Mondiale del 1996 é stata un’esperienza incredibile racconta ancora Martinelli partii subito bene, dopo tre prove ero nel master finale dei migliori otto e pe me quello rappresentava già un grande risultato. Una volta arrivato Ii comunque sapevo di potermela giocare fino in fondo. Il favorito per tutti ovviamente era Gustavo Zito, ma nonostante questo riuscii a vincere e a conquistare il mio primo titolo Mondiale. Fu davvero una grandissima emozione".

ll primo titolo Mondiale ovviamente non si scorda mai, ma del 1996 al 1998 David Martinelli infila una serie affermazioni che Io iscrivono di diritto fra i giocatori più forti del mondo. Dopo l'iridato del 1996, arrivano infatti il titolo Europeo nel 1997 e un altro Mondiale nel 1998.

"Quando ti trovi dentro questa dimensione non ti rendi nemmeno conto di quello che sta accadendo. Forse nemmeno oggi riesco a rendermene conto. Alla fine vincere è molto più facile che perdere, almeno dal punto di vista mentale". E` quando poi si inizia a perdere che arriva il difficile. A me purtroppo è successo e posso dire che rimanere in pace con se stessi è la vera chiave per tutto. Sono passato in quegli anni dall‘es-sere forse il numero uno al mondo per poi piombare in un abisso profondo taccando dei livelli davvero molto bassi. In quei momenti scattano dei meccanismi strani, anche senza un motivo. La vita poi riserva situazioni alle quali ti devi adattare. Nel momento più alto della mia carriera, quello dei due Mondiali per esempio, vivevo solo di biliardo. Me lo sognavo anche la notte.

Poi entrano in gioco altre componenti, una su tutte la famiglia. Bisogna fare quindi una scelta. lo ho preferito dare più spazio agli affetti personali e non mi pento di averlo fatto. Il biliardo comunque occupa sempre un grande spazio nella mia vita, anche se non è tutto".

Un Martinelli rinato dunque, che è pronto a cimentarsi con una nuova avventura, quella del Mondiale del 2015 a Milano. Un’occasione per ripartire quasi da zero, come all’inizio della sua carriera, con la consapevolezza però di potersela giocare con tutti dall’alto del suo passato.

“Questo Mondiale di Milano si presenta come un grande appuntamento conclude La location è molto suggestiva, ed è inserita in un contesto importante come l’Expo. E` il primo Mondiale con la formula open e quindi è una grossa opportunità per molti. Penso che si iscriveranno tanti giocatori e il cammino sarà molto lungo. Per quanto mi riguarda cercherò di prepararmi bene, provando a fare un passo alia volta, senza pensare troppo. Il livello infatti è molto alto e può succedere davvero di tutto."

 

Campione del Mondo: Salvatore Mannone

Siamo giunti al quinto episodio dell’approfondimento sui Mondiali di Milano del 2015.

Nel corso del nostro viaggio abbiamo potuto riassaporare atmosfere dal sapore di antico caratterizzate da trionfi e da personalità che hanno segnato la storia del biliardo. Per questa nuova tappa abbiamo deciso di soffermarci su un racconto che annovera al suo interno i temi dell'emigrazione e della passione sconfinata per il Gioco. Il profilo che è venuto fuori è a forte tinte emozionali, un po’ come quelle che ha data. e continua a dare, il protagonista della nostra storia anche quando ci rivela con orgoglio i suoi ricordi più profondi.

Stiamo parlando di Salvatore Mannone, giocatore fra i più talentuosi del panorama biliardistico italiano. Questa è la sua storia: "Il mio amore con il biliardo è arrivato tardi racconta Mannone lo sono nato in Sicilia, ma all'età di 16 anni mi trasferii al nord. Fu un percorso simile a quello che fecero tantissimi emigranti del sud in quegli anni. Una volta arrivato a Milano si apri per me un mondo nuovo. Una città cosi grande infatti offriva tutto agli occhi di un ragazzino del sud, sia dal punto di vista lavorativo e sia per i tanti intrattenimenti. Mi piaceva per esempio andare in discoteca o ritrovarmi a inizio serata al bar can gli amici per dare qualche steccata. Ero poco più che un ragazzo e se ci ripenso mi viene da sorridere perché ovviamente ancora non potevo sapere che da quel passatempo cosi innocuo sarebbe venuta fuori una grande passione".

Fa sempre effetto pensare agli attimi in cui la vita di una persona cambia radicalmente. II memento topico dell’inizio della carriera di Salvatore Mannone, per esempio, è da ricercare proprio in quegli anni.

“Vicino alla discoteca dove ero solito andare aprirono un club di biliardo continua Mannone All'inizio cominciai a frequentarlo con un approccio quasi disinteressato, poi vedendo all’opera alcuni giocatori cominciai ad appassionarmi. Uno di questi era Gianni Bombardi, una figura alla quale sono molto legato. Gianni aveva delle qualità immense ed era dotato di una tecnica e di una fantasia davanti alle quali non si poteva rimanere indifferenti. Seguendo un po’ il suo esempio mi avvicinai anche io al biliardo a man mano mi accorsi che giocando acquisivo movimenti e traiettorie sempre nuove. Più giocavo insomma e più mi rendevo conto di riuscire a competere con i più bravi.  A quei tempi ero ancora un pivellino, ma con il trascorrere dei giorni le cose migliorarono. lniziai ad andare alle gare insieme a Gianni e cominciai  a togliermi anche le prime soddisfazioni”.

A questo punto il percorso biliardistico di Salvatore Mannone acquisisce un nuovo cambiamento, il siciliano trapiantato a Rho lnfatti brucia le tappe, riuscendo ad arrivare nelle competizioni più prestigiose. Una di queste è scritta con forza nell'albo d’oro del biliardo internazionale. L’anno è il 1993 e la manifestazione e il World Cup Pro 5 Birilli di Cannes, in Francia.

"lo venivo dalla gavetta del biliardo ed era davvero difficile anche solo pensare di raggiungere un obiettivo cosi importante racconta emozionato Mannone Quando ho vinto il World Cup non me ne sono reso subito conto. E` stata una cosa che ho assaporato con il tempo e oggi, a distanza di tanti anni. Mi commuovo ancora nel rivivere quei momenti.

Sono arrivato in Francia motivato come sempre, anche se mai avrei pensato di vincere il tiolo. Per come sono fatto io, non mi sento mai pronto abbastanza figuriamoci ad un Mondiale dove sono presenti dei veri e propri campioni.  La finale con Gustavo Zito fu epica. Avevo davanti uno dei giocatori simbolo di quell’epoca, un professionista del biliardo fra i più forti di sempre. In quegli anni si giocava al meglio delle nove partite ed io mi aggiudicai I ‘ultima in una vera e propria battaglia punto a punto. Entrambi giocammo al massimo delle nostre capacità e la prova e nella media altissima fatta registrare in quella finale. Fu uno spettacolo per tutti e ancora oggi, quando chiudo gli occhi, sento i brividi di quella grandissima partita”.

Sembrano passati tanti anni da quel trasferimento al nord in cerca di fortuna fino alla conquista del Mondiale. Eppure per Mannone il biliardo è stato proprio il mezzo per raggiungere i suoi sogni in poco tempo. Vittorie blasonate come quella descritta sopra poi sono in grade di tracciare anche nuovi confini.

"Gli anni‘90 furono quelli del boom del biliardo chiosa Mannone-Si respirava un’aria di professionismo in tutto l'ambiente, tant'è che molti giocatori avevano anche un procuratore. Avevamo una grandissima visibilità soprattutto perché i tornei venivano trasmessi su Tele+ e questo ci permerteva di essere abbastanza conosciuti.

Ricardo per esempio che venivo invitato a Milanello, dove si allena il Milan, per giocare con i vari Sebastiano Rossi, Zvonimir Boban, Demetrio Albertini e Roberto Donadoni. Nei ritiri delle squadre, come si sa, i calciatori si rilassano giocando a biliardo e cosi davo loro qualche lezione. La cosa particolare era che essendo io di fede interista c’era sempre anche un po’di goliardia che rendeva tutto più divertente. Nel 2002 poi fui ospite della Rai durante una puntata di Superquark nella quale spiegai, insieme ad un altro campionissimo come Gustavo Torregiani, Ie tecniche e i segreti del nostro meraviglioso sport. Insomma il biliardo mi ha permesso di fare tutto questo e molto altro e gli sarò per sempre grato".

ll biliardo come spirito guida per Mannone. Un compagno silenzioso che lo ha preso per mano e guidato negli anni verso traguardi sempre più importanti, instaurando allo stesso tempo anche un rapporto di amore e rispetto che è arrivato fino ai giorni nostri con la figura imperiosa dei Mondiali di Milano del 2015.

"Questo Mondiale è un'occasione molto importante per tutto il movimento del biliardo e per la Federazione  conclude Mannone Dal punto di vista regolamentare penso che si sarebbe dovuto dare più peso alla classifica del campionato italiano. D’altra parie comunque la formula open darà l’occasione a molti di sognare. Per quanto mi riguarda prenderò sicuramente parte a questa manifestazione. Partirò dalle selezioni, il cammino ovviamente sarà lungo, e mi auguro di poterci arrivare nelle migliori condizioni. Nella mia carriera ho partecipato a diversi Mondiali ed è sempre una cosa bella rappresentare il proprio paese. Anche questa volta sarà motivo di orgoglio."

Campione del Mondo: Fabio Cavazzana

Chiudete gli occhi e immaginate di essere nella Torino degli anni'70. Sullo sfondo una citta viva, industriale, e vista da gran parte d’ltalia come la meta dove cercare lavoro. A dominare la scena è sempre la Fiat, con tanto di proteste operaie e tensioni sociali che crescono giorno dopo giorno. Sono i cosiddetti anni di piombo, quelli dove la criminalità fa davvero paura. Per quanto concerne invece la sfera sportiva, nella meta degli anni'70 si accende I’eterna rivalità fra Juventus e Torino, due squadre in grade di dividere una città.

Nella stagione 1975/ 1976 in particolare si assiste ad un duello entusiasmante risolto all’ultima giornata dai granata con la conquista del primo Scudetto dopo Ia terribile stage di Superga avvenuta 27 anni prima. In quei periodi non è solo il calcio a dominare la scena sportiva nel capoluogo piemontese. Il biliardo infatti occupa un ruolo da protagonista, forte della presenza sulla scena di vere e proprie icone di questo sport. ll luogo simbolo di tutto ciò è un club situate in via Dandolo. A gestirlo sono Gastone Cavazzana e Paolo Coppo, due padri putativi di molti atleti che poi si affermeranno negli anni a seguire, In quel Iuogo magico, dove ha mosso per esempio i primi passi anche uno come Carlo Cifalà, è frequente veder aggirarsi un ragazzino. Ha lo sguardo furbo e si muove fra i tavoli guardando con rispetto tutti quei grandi campioni. Il biliardo gli piace, ma alla stecca preferisce il pallone. Quel ragazzino si chiama Fabio Cavazzana ed è il figlio proprio del grande Gastone. Con un padre cosi il suo battesimo con il biliardo sembra scontato, ma nella sua storia, come avrete modo di scoprire leggendo queste righe, di scontato c’è sempre state poco.

"Quando ero piccolo mi piaceva giocare a calcio racconta Fabio Cavazzana era una delle mie più grandi passioni. A 16 anni arrivai anche nelle giovanili dei Torino ed erano in molti nell'ambiente ad apprezzare le mie doti calcistiche. Poi mi ruppi i legamenti del ginocchio e la mia carriera fini praticamente in quel momento. Fortunatamente ad aspettarmi paziente c'era il biliardo. Nonostante avessi dato più spazio al calcio, con un papa come il mio non poteva essere altrimenti. All’inizio mi piaceva soprattutto andare a guardare le gare. Poi gradualmente cominciai anche a giocare nonostante un’opposizione iniziale di mio padre. Lui infatti sapeva più di chiunque altro cosa volesse dire essere un giocatore professionista. Col passare del tempo però il mio crescente talento e il dna biliardistico da lui ereditato furono più forti di tutto".

Fabio Cavazzana comincia cosi a plasmare il suo stile basandosi sui consigli che gli vengono dati da suo padre e sulle tante ore passate ad osservare i campioni presenti nel club di via Dandolo. Dopo l'infortunio che lo ha indirizzato ai biliardo però c'è un altro episodio della sua vita destinato a diventare decisivo per la sua future carriera.

“Come ho già detto mio padre all'inizio si opponeva al fatta che io giocassi a biliardo continua Cavazzana Un giorno comunque andai con la famiglia a Rovigo, ii passe dove lui è nato. La sera mi fiondai in una sala li in zona a giocare a biliardo. Ricardo che ero talmente preso da una partita che non mi resi conto dell’orario. Giocai forse fino alle due o tre di notte ride Cavazzana Mio papà cosi, non vedendomi arrivare, venne a cercarmi. Fatalità volle che in un pezzo di strada ghiacciato perse il controllo della macchina e andò a sbattere. ll risultato fu che con l’auto rotta non potemmo tornare a casa. Quello che poteva sembrare un episodio negativo comunque si trasformò in un segno del destino. Nei giorni successivi, mentre attendavamo che il meccanico facesse il suo dovere, mio papà vide che c’era un bar in vendita e decise di comprarlo. Era da un po’che pensava ad un cambiamento. A Torino infatti in quegli anni la situazione era abbastanza difficile. C`era tanta criminalità e spesso si aveva paura. Ecco perché approfittò della situazione e prese subito la palla al balzo. Ancora oggi scherzando diciamo che la mia fuga notturna legata al biliardo rese possibile tutto questo”.

Arrivato nel Veneto per Fabio Cavazzana sì presenta una nuova dimensione di vita che gli permetterà di diventare uno dei giocatori italiani più forti e conosciuti della nuova generazione.

“Quando avevo più o meno vent’anni iniziai a concentrarmi seriamente sul biliardo racconta ancora Cavazzana  Seguendo l’esempio di mio padre e di altri giocatori conosciuti in Veneto cominciai a partecipare anche a qualche gara. Nel giro di pochi anni entrai nella cerchia dei professionisti e ad impormi all'attenzione del biliardo nazionale. Ero ancora all'inizio, ma sapevo che potevo arrivare lontano” .

Guardare più in là degli obiettivi delle persone normali si dice che sia una dote riservata proprio ai grandi campioni e che spesso può fare la differenza, soprattutto se c’è in ballo un Mondiale come quello andato in scena nel 1993 a Bolivar, in Argentina. ”Ero al mio primo Mondiale in assoluto ricorda ancora Cavazzana In Argentina il biliardo è uno sport seguito quasi quanto iI calcio. La gente l si scatena quando ci sono competizioni come i Mondiali. Quell'anno nel tabellone c’erano grandi campioni. lo ero un outsider, ma ben presto i tifosi argentini cominciarono a prendermi in simpatia. È una cosa che non riesco a spiegare. Fu quasi come un'empatia naturale. Tifavano realmente per me, anche quando arrivai in finale e mi giocai il titolo contro il loro connazionale Ricardo Dieguez. QueIIa sfìda fu davvero drammatica. Si giocava al meglio delle undici partite e arrivammo fino al 5-5. Anche il set decisivo fu giocato punto a punto. Alla fine riuscii a chiuderla in mio favore con un raddrizzo molto difficile perché la mia bilia era ostacolata dal pallino. l’unica possibilità che avevo era quella di fare un filotto di prima e cosi è stato. Fu un momento da brividi, una gioia indescrivibile.

Venni letteralmente sommerso dai tifosi argentini che mi spogliarono completamente pur di avere qualcosa di mio. Maglietta, camicia, presero praticamente tutto! Li avevo conquistati con il mio gioco e fu davvero un motivo di orgoglio per me. Mi piace sempre sottolineare comunque che dietro a quella vittoria mondiale c'è qualcosa che va al di l‘a di tutto questo. Prima di partire per l'Argentina infatti passavo spesso dal santuario di Loreto. Dentro c’è la statua della Madonna alla quale sono sempre stato legato. Un giorno mi fermai e facendo una preghiera promisi che se avessi vinto il Mondiale le avrei portato il titolo. Mantenni ovviamente la parola ed ora la coppa è proprio li nel santuario, insieme ad altri trofei di grandi campioni come Felice Gimondi o Eddy Merckx che probabilmente avevano fatto la mia stessa promessa“.

Una storia romantica e allo stesso tempo sincera quella di Fabio Cavazzana. Partito con un'eredità pesante sulle spalle come quella rappresentata dalla figura del padre ed arrivato con iI suo talento ai vertici del biliardo italiano e mondiale. Oltre a tutto questo c’è anche una personalità limpida, che traspare nel suo stile di gioco e nel suo carattere leale e corretto al tavolo. Una figura positiva, prima che ovviamente un grande campione.

"lo ho una filosofia di gioco che si rispecchia anche nella quotidianità commenta a riguardo Cavazzana II mio comportamento al tavolo è speculare al mio stile nella vita di tutti i giorni. Vincere o perdere sono due cose che possono accadere e bisogna accettarle. Prima di ciò però è importante che ci sia il rispetto ed e per questo motivo che spesso ho abbandonato delle partite lasciando la vittoria ai miei avversari. Il biliardo infatti fa parte delle nostre vite, ma non è tutto. Esistono delle cose che sono molto più importanti. Se non ci sono questi presupposti mi faccio da parte. Arrivano a tutti i momenti nei quali i filotti non entrano più essere prima non si è seminato bene, non rimarrà più nulla. Le vittorie ovviamente sono importanti, ma per me, per farsi apprezzare da avversari e tifosi, serve trasmettere soprattutto qualcosa".

Fabio Cavazzana di emozioni ne ha trasmesse e continua a trasmetterne molte. Ecco perché quando si pensa a lui non si può non proiettarsi anche aI Mondiale di Milano del 2015 “Vincere o perdere un MondiaIe, una tappa B.T.P. o una partita al club con un amico è sempre legato a degli episodi conclude Fabio Cavazzana Conta Io stato d'animo, oltre che la preparazione fisica e mentale. L’importante comunque è arrivare al top e trasmettere qualcosa, rispettando I’avversario e giocando in maniera sportiva. Quella di Milano è una vertrina mondiale e va quindi onorata nel migliore dei modi. lo ci sarò e mi farò trovare pronto dando tutto me stesso".

Campione del Mondo: Crocefisso Maggio

Nel mondo dello sport, e più nello specifico nei mondo del biliardo, ci sono atleti che possiedono peculiarità che li rappresentano. Possiamo citare in tal senso lo stile di gioco, l’approccio alla partita o il comportamento al tavolo. Tutte queste caratteristiche però sono accomunate da un unico principio fondante che funge anche da termometro naturale per misurare il valore psicologico di un giocatore. Stiamo parlando ovviamente della personalità.

Nel corso dell’evoluzione del biliardo abbiamo assistito a delle vere e proprie sfilate di caratteri e temperamenti differenti. Fra tutte le tipologie di giocatori però ce n’è soprattutto uno che si staglia con decisione quando si parla di personalità e questi è Crocefisso Maggio. Un uomo con un destino che sembra già scritto in quel nome così particolare ereditato da una tradizione familiare.

Un nome e un cognome divenuti poi famosi in tutto il movimento biliardistico internazionale e grazie a vittorie e record incredibili. Un nome e un cognome che oggi sono tornati più che mai d’attualità dopo lo spettacolare trionfo avvenuto a Saint Vincent con la conquista dei titolo di Campione d’Italia a dieci anni esatti dalla sua ultima volta. L’ennesima prova di un talento cristallino senza tempo, in grado di sbaragliare la concorrenza di campioni come Fabio Cavazzana, Andrea Quarta e la rivelazione Antonio La Manna.

Prima di diventare il campione che tutti conosciamo però Maggio ha dovuto affrontare molti sacrifici sin dalla sua infanzia vissuta a Torchiarolo, nella provincia di Brindisi. Un percorso di vita, e soprattutto di vittorie, creato dal nulla, come solo i grandi campioni sanno fare. Una parabola verso il successo che arriva da lontano e nella quale possiamo addentrarci solo grazie ai suoi significativi ricordi.

"Torchiarolo è un centro piccolo racconta Maggio dove le persone si conoscono sin dalla nascita. Quando avevo nove anni mio papà mi portò con lui al bar e ricordo che fu proprio in quell’occasione che rimasi folgorato per la prima volta dai biliardo. Gli uomini del posto giocavano alla Bazzica, una variante molto in voga a quei tempi, Crescendo cominciai a giocare anche io a quel gioco e ad apprendere cosi i fondamentali del biliardo. Emergere da quella realtà era comunque impensabile anche se la mia tenacia e la mia passione mi hanno sempre spinto sin da giovane ad inseguire i miei sogni.”

Una volta appresi i rudimenti del Gioco i grandi campioni ci impiegano poco a mescolarli con la loro fantasia. Crocefisso Maggio d’altronde di fantasia ne ha da vendere sin da quando era un ragazzo. Ecco perché quello viene fuori da questa affascinante alchimia non può che essere un percorso vincente.

"A 17 anni vinsi la mia prima gara regionale continua Maggio i miei amici mi presero quasi con la forza per farmi partecipare a quel torneo. Io non volevo andarci. Ero un autodidatta del biliardo e mai avrei pensato di poter competere con dei giocatori veri. Aila fine però ebbero ragione loro.

Partecipai, vinsi quel torneo e da li iniziò la mia carriera. Vincere infatti ti dà una consapevolezza maggiore dei tuoi mezzi e ti dà soprattutto la fiducia per andare avanti”.

Da quel momento in poi il cammino di Crocefisso Maggio sarà costellato di successi. Partendo dalle selezioni riesce a vincere incredibilmente una prova B.T.P. Un’impresa ripetuta per ben due volte consecutive. I successi nei confini italiani vengono poi esportati anche a livello internazionale. Nel 1999 vince il Campionato Europeo a Montecarlo dando spettacolo. In una partita compie addirittura un gesto tecnico destinato a restare nell'antologia del biliardo come il 7 sponde di calcio con il quale porta a casa 8 punti di castello più 3 di pallino. Una vera e propria magia. II prossimo inevitabile step è il Mondiale e l'occasione arriva nel 2003 a Legnano, dove conquista incontrastato il titolo vincendo 4-0 contro tutti gli avversari. Un altro record pazzesco che si inserisce di diritto negli archivi storici del Gioco, cosi come l’aver detenuto contemporaneamente il titolo di campione italiano, di campione europeo e di campione del mondo. Quello che per molti rappresenta un evento unico, per Maggio però è solo normale amministrazione. Se gli si chiede infatti cosa si aspettava all’inizio del Mondiale del 2003 o nell'ultima Poule Finale di Saint Vincent, la sua risposta è una sola: vincere.

“Arrivai al Mondiale del 2003 molto sicuro conferma Dentro di me sapevo che ero il più forte e l’aver vinto tutti gli incontri 4-0 ha dimostrato proprio questo. La sicurezza, come ho già detto, te la danno le vittorie ed io dal 1992 ho avuto sempre una media altissima di tornei vinti. Sono arrivato a quel Mondiale con grande grinta e paradossalmente anche con molta serenità perché conoscevo le mie forze. Dentro di me c'era una voglia matta di togliermi di dosso la rabbia per la finale del campionato italiano persa solo qualche giorno prima contro Gustavo Zito, e poi volevo dimostrare a tutti quanto volevo dopo l'esclusione del Mondiale del 1999. Insomma, chiunque fosse stato il mio avversario in quel Mondiale non mi importava. Avrei vinto con tutti".

Quando si ha una sicurezza nei propri mezzi cosi forte spesso le partite si vincono ancora prima di cominciarle e Crocefisso Maggio ne ha ottenuti tanti di successi cosi. Una personalità travolgente che si può amare o odiare, ma che comunque non si può non riconoscere come vincente.

"Per molta gente io sono un irruento, uno che fa discutere - commenta sorridendo Maggio Accetto le critiche, cosi come accetto gli elogi. Con la stessa tranquillità però mi faccio scivolare tutto addosso. Dico sempre che ho 999 difetti e forse un pregio solo: la spontaneità. Se a qualcuno non piace io vado avanti lo stesso per la mia strada, a testa alta. Faccio parlare per mei risultati e i record, che sono tanti. Crocefisso Maggio in fondo è cosi. O è bianco o è nero, iI grigio mi annoia. A volte mi sento stanco di tutto questo e dico che il biliardo è il più grande sbaglio della mia vita. Tutti i trionfi e il tifo della gente infatti non ripagheranno mai i sacrifici fatti, anche in termini economici. Altre volte invece mi convinco che si può fare ancora tanto, nonostante abbia già dimostrato quello che dovevo dimostrare. Guardo sempre e comunque al futuro, cercando di essere pronto in ogni situazione".

In questo assunto che avete appena letto c'è tutta la personalità di Crocefisso Maggio, uno spirito libero pronto a colpire quando meno telo aspetti. Quando c'è Iui in un torneo, che sia un campionato italiano o una manifestazione internazionale, può succedere sempre di tutto. Non ci sono favoriti o giocatori blasonati che tengano. Crocefisso Maggio infatti va considerato sempre come un potenziale vincitore. È stato cosi nella Poule Finale di Saint Vincent e sarà cosi ovviamente anche ai Mondiali di Milano del 2015.

"I cicli vincenti dei giocatori di biliardo hanno una durata variabile conclude Maggio lo invece sono rimasto ai vertici per molto tempo pur giocando con tre generazioni diverse di talenti. In me alberga una grande voglia di confermarmi come tale anche a questo Mondiale di Milano. Cercherò di arrivare all'appuntamento allenandomi con impegno e costanza come ho sempre fatto nella mia carriera. Non sarà facile, perché ogni avversario sarà un osso duro, anche se probabilmente il giocatore più difficile da battere per me sarà come sempre Crocefisso Maggio. Quando gioco infatti è soprattutto una sfida contro me stesso e se riesco ad avere la meglio anche questa volta, posso arrivare Iontano”.

Campione del Mondo: Michelangelo Aniello

Una stecca tenuta con forza sopra la testa. Un gesto nei quale sono racchiusi sacrifici, emozioni e gloria. A stringerla fra le mani è Michelangelo Aniello subito dopo aver conquistato nell'aprile del 2015 il suo secondo titolo europeo consecutivo. Un'istantanea destinata a rimanere nella mente di tutti i tifosi e che appare più che significativa per intraprendere questo nuovo viaggio attraverso la storia dei Mondiali di biliardo. Michelangelo Aniello infatti è uno di quei talenti rari, destinati a segnare la storia del Gioco in Italia, ma anche nel Mondo. Un carattere istintivo, che si traduce al tavolo con giocate di precisione euclidea. Traiettorie sublimi perfezionate anno dopo anno sin da quando era un bambino e si esercitava paziente sotto i dettami di una figura che si e rivelata fondamentale per il suo sviluppo.

“A trasmettermi la passione del biliardo è stato mio padre  - comincia a raccontarci Aniello — Gestiva una sala ed era anche un ottimo carambolista. Quando avevo undici anni così mi mise perla prima volta una stecca in mano e da quel momento non l'ho più lasciata. Ricordo che mi seguiva tantissimo, anche quando la sala era chiusa e rimanevamo solo io e lui. La mia formazione biliardistica trova fondamento quindi nella carambola, specialità che praticai anche con successo. Quando avevo sedici anni per esempio conquistai iI terzo posto ai campionato italiano juniores, Riuscii ad arrivare anche fino alla categoria Master.

Da quel momento in poi però decisi di fare una scelta drastica, ovvero mollare la carambola e dedicarmi ai 5 birilli, una specialità che mi aveva sempre affascinato. Negli anni ’90 infatti guardavo in televisione i grandi campioni dell'epoca come Mannone, Zito o Rosanna e sognavo anche io di essere un giorno come loro".

I sogni, come si sa, spesso sono destinati a rimanere tali. Solo pochi eletti riescono a trasformare le fantasìe in realtà. Serve soprattutto il talento e la voglia di arrivare. Due doti queste che Michelangelo Aniello ha dimostrato di possedere sin dall’inizio della sua carriera. “La mia ascesa nel movimento del biliardo avvenne molto in fretta Continua Aniello Nel 1997 mi ritrovai in seconda categoria. In seguito vinsi gare provinciali, regionali e poi una tappa dei nazionali. Scalai in maniera rapida tutti i livelli, dalla seconda categoria ai Master. Nella stagione 2000/2001, partendo dalle selezioni, riuscii a vincere a Legnano una tappa della B.T.P. Quello fu il mio battesimo definitivo con il biliardo che conta. Da Ii in poi infatti sono sempre rimasto fra i professionisti e non sono più sceso".

È a questo punto che per Michelangelo Aniello cominciala vera scalata verso il successo. L’anno chiave e il 2006 e lo sfondo del capolavoro che lui stesso dipinge e rappresentato dalle notti indimenticabili del Mondiale di Siviglia.

“Il 9 luglio del 2006 vinsi il Mondiale e il 16 conquistai iI titolo italiano dei professionisti racconta emozionato Aniello Fu davvero una settimana magica. A corollario di tutto ciò arrivò anche la vittoria del titolo italiano a coppie con il mio amico Gabriele Domenico. Fu un turbinio di emozioni che ricorderò per tutta la vita, soprattutto se ripenso all'impresa compiuta a Siviglia. Era il mio primo Mondiale e all'esordio persi subito contro Daniel Lopez. Nonostante questo però non mi demoralizzai e cercai di guardare avanti seguendo anche i consigli del grande Giampiero Rosanna. Ricordo chiaramente che venne da me e mi parlò a lungo, aiutandomi a ritrovare la concentrazione. Da quel momento in poi le vinsi tutte, compresa la finalissima contro Andrea Quarta. Quella partita fu molto sentita visto che eravamo entrambi giovani ed avevamo gli occhi del Mondo puntati addosso.

Mi portai in vantaggio per 3-2 e nel sesto set la chiusi con una Garuffa da 8. Fu davvero tutto bellissimo". Per raggiungere questi risultati, come detto, serve talento ma anche tanto allenamento. Il biliardo d’altronde è uno sport che necessita di una pratica quotidiana, a tratti anche maniacale. Una dedizione che spesso costringe gli atleti a sacrificare la propria sfera personale.

 Nonostante ciò c’è chi come Michelangelo Aniello è riuscito a separare le due cose, mettendo sempre al primo posto la famiglia. Per accorgersene basta stare in sua compagnia anche solo un pomeriggio, il tempo necessario insomma per capire che di biliardo, nella vita di tutti i giorni, Aniello parla davvero poco. È più facile infatti vederlo sorridente con il cellulare in mano mentre ti mostra con orgoglio le foto e i video dei suoi figli. Un'immagine più che riassuntiva per capire che la persona che si ha di fronte è prima di tutto un marito e un padre affettuoso, oltre che il campione con al collo la medaglia d’oro conquistata agli ultimi Europei.

"La famiglia è la mia vita chiosa Aniello Per questo motivo non mi sono mai trasferito in altre città dove potevo allenarmi e confrontarmi con altri campioni. Sono rimasto sempre a Mola di Bari, dove ho i miei affetti e tutto quello che mi serve per essere felice. Al biliardo dedico ormai davvero poco tempo. Dico sempre infatti che il mio allenamento è competere direttamente nei tornei. Quando non gioco del resto faccio il papà a tempo pieno. Anzi il papà e il marito a tempo pieno”.

Svestiti i panni dei padre di famiglia però Michelangelo AnielIo è un giocatore freddo e letale. La sua espressione seria e concentrata mentre sta per effettuare un tiro è l'emblema della sua forza. Una fermezza che potremo ammirare anche ai Mondiali di Milano.

“Non vedo l’ora di disputare questi Mondiali conclude il campione europeo in carica Sarà uno spettacolo unico. Conoscendo poi l’attrazione che suscita una città come Milano e tutta l’organizzazione che ruota intorno al torneo, sono sicuro che assisteremo ad un Mondiale fra i migliori di sempre. Da parte mia cercherò di essere all’altezza, senza paure o timori. In Italia infatti ci sono tanti fuoriclasse con i quali mi misuro da anni e questo ha forgiato il mio carattere permettendomi di non sentire più la pressione anche in concomitanza di grandi eventi. Per il resto è un torneo aperto ad ogni possibilità i ovviamente punto al massimo, ma qualsiasi cosa dovesse accadere l’accetterò a testa alta come ho sempre fatto nella mia carriera".

Campione del Mondo: Andrea Quarta

Siamo giunti quasi alla fine del nostro viaggio alla scoperta dei Mondiali di Biliardo. Attraverso i racconti dei campionissimi che hanno segnato la storia di questo sport abbiamo potuto riassaporare imprese epiche che hanno fatto sognare generazioni di tifosi.

Procedendo in questa fantastica cavalcata siamo arrivati fino ai giorni nostri, dove ad accoglierci c’è un personalità che rappresenta la sintesi perfetta di tutto quello che avete potuto leggere in queste pagine. Un giocatore in grado di unire il biliardo del passato e quello del presente grazie ad un processo di crescita plasmato esclusivamente sul Gioco. Un talento unico, che sembra essere nato appositamente per essere un vincente. II suo nome è Andrea Quarta e questa è la sua storia:

"Posso dire di essere nato con la stecca in mano ci racconta Quarta al termine di una delle sue quotidiane sessioni di allenamento mio papà aveva una sala biliardi e sin da piccolo sono stato attratto dalle bilie. Da bambino mi mettevo vicino al tavolo e le osservavo affascinato per ore e ore mentre correvano da una parte all'altra del manto verde. Nella sala di mio papà a Carmiano venivano a giocare anche diversi campioni come Sala, Maggio e Gomez e quindi era ancora più facile rimanere estasiati da quelle traiettorie. Mio papà cominciò ad insegnarmi le basi non appena fui in grado di tenere una stecca in mano e da quel momento in poi non ho più smesso".

Per diventare il campione che tutti conosciamo però Andrea Quarta ha dovuto fare delle scelte di vita importanti che lo hanno portato lontano dalla sua famiglia e dai suoi affetti.

"Quando ero ragazzo me ne andai di casa e mi trasferii a Pompei sotto la guida del grande campione Nestor Gomez continua a raccontare Quarta Sono stati degli anni che non dimenticherò mai. Per me è stata la realizzazione di un sogno. Gomez infatti era un mio idolo, ed essere un suo allievo era la cosa più bella del mondo. Ricordo che il primo giorno di lezione mi fece provare un raddoppio. Mi osservò a lungo, poi si avvicinò e mi disse che non aveva mai visto un ragazzo cosi giovane con un'impostazione come la mia. Mi sorrise e mi disse che avrei fatto tanta strada. Inutile dire che quelle parole sono scolpite nella mia mente e non le potrò mai dimenticare”.

Ovviamente le previsioni del grande Nestor Gomez sono prontamente rispettate. Andrea Quarta infatti mostra sin da subito le doti del predestinato. Qualità che vengono affinare grazie anche ad un nuovo trasferimento, questa volte in Piemonte da Gianfranco Condello. Nella stagione 1999/2000 vince il titolo italiano Juniores. Nel 2003 arriva anche il titolo di Prima Categoria. È l`inizio di una carriera pazzesca che lo porterà ai vertici del biliardo internazionale grazie ad un palmarès importantissimo nonostante la sua giovane età (Andrea è nato nel 1982, ndr). II sogno di tutti però è la conquista di un Mondiale, un appuntamento con la storia che Quarta centra nel 2008 a Sarteano.

”In un Mondiale si respira un'atmosfera particolare commenta sai di avere gli occhi di tutti puntati addosso e non puoi permetterti errori perché hai di fronte dei campioni veri pronti a punirti in qualsiasi momento.

lo poi venivo da un Mondiale come quello del 2006 nel quale ero stato sconfitto in finale da Aniello. Quando melo ritrovai contro in semifinale due anni dopo fu davvero molto dura. Batterlo fu quasi come togliermi un grosso peso dalle spalle. Una volta arrivato In finale con Daniel Lopez però subentrò un altro timore: avevo paura infatti di arrivare ancora secondo come nel 2006. Fortunatamente questo non accadde. Feci una grande partita e mi laureai Campione del Mondo cancellando in un sol colpo tutte le delusioni del passato. Ricordo come un flash il momento esatto in cui scoccai il tiro di chiusura, con le bilie che fecero il percorso che io avevo ordinato loro di fare. In quel preciso istante alzai gli occhi dal tavolo per cercare fra il pubblico mio fratello. Fu una cosa magica. C'erano tantissime persone nel palazzetto, ma io riuscii a vederlo chiaramente. Ci fissammo intensamente quasi come a volerci dire che questa volta ci eravamo riusciti, che questa volta potevamo gioire”.

Un ricordo emozionante, che rivela al tempo stesso il carattere nascosto di Andrea Quarta. Dietro al giocatore glaciale che si vede al tavolo infatti si cela la personalità emotiva di un ragazzo legato alla famiglia e ai valori di un tempo.

"Non amo rivedermi nei video o in televisione rivela Andrea Quarta le poche volte che è successo però ho fatto fatica a riconoscermi. Mi stupisco sempre dell'espressione seria e concentrata che ho al tavolo. Sembro quasi un robot. Eppure, anche se non lo faccio vedere, dentro di me è sempre un mix di emozioni. La sera prima di un torneo per esempio non riesco mai a dormire. Anche prima di giocare sono molto agitato. Poi però quando arriva il momento di fare sul serio e come se schiacciassi un bottone. Entro in uno stato di concentrazione tale da non sentire più nulla. È una cosa automatica e che forse rappresenta la mia vera forza”.

Alla base di tutto però c'è sempre l’allenamento. Andrea Quarta e in tal senso il prodotto di perfezionamenti continui maturati negli anni che lo hanno portato ai livelli in cui e oggi.

“Mi alleno tutti i giorni Lo faccio da solo o giocando con qualcuno in sala commenta a riguardo il campione di Carmiano Per mantenere certi livelli per me la pratica è fondamentale. Quando non sono al tavolo comunque mi piace molto andare a pescare. È un passatempo che mi diverte quasi quanto il biliardo ed è un modo anche per stare insieme a mio fratello. Amo la tranquillità che regala la pesca. È un modo per staccare la mente e non pensare a nulla. Mi rilassa molto e mi scarica da tutte le pressioni che si hanno durante la stagione".

Andrea Quarta d'altronde di pressioni ne ha molte. Guardando al Mondiale di Milano per esempio non Io si può non considerare come uno dei favoriti per la vittoria finale.

"ll Mondiale di Milano è uno de i eventi più attesi degli ultimi anni conclude Quarta Si sono create molte aspettative a riguardo e questo può essere un’arma a doppio taglio per noi giocatori. Il fatto che si disputi in Italia, davanti al pubblico di casa è una grossa responsabilità. I tifosi si aspettano che tu faccia qualcosa di importante e per questo non puoi permetterti di sbagliare. Da parte mia spero di giocar bene e star tranquillo. So che saranno in tanti a sostenermi e questa è una cosa che mi rende orgoglioso. Farò di tutto per non deludere i miei sostenitori”.

Campione del Mondo: Gustavo Torregiani

In una scena del film “Io, Chiara e lo Scuro” l'attore Francesco Nuti descrive il biliardo come una perfetta composizione musicale. Il coipo sordo delie due bilie che si toccano, il rimbalzo sulle sponde, il fruscio generate dall’abbattimento dei birilli. Tutti suoni che vanno a comporre una delle melodie più sublimi per un giocatore.

Nel corso dei nostro viaggio alia scoperta dei più grandi protagonisti di questo sport abbiamo potuto riassaporare anche noi il gusto di questa musica speciale. Note delicate, irruenti fantasiose, timide, decise. Tratti diversi a seconda delle varie personalità ma uniti in un unico centro nevralgico rappresentato dall’amore per il Gioco.

Per il capitolo conclusive dei nostro viaggio tuttavia Io spartito acquisisce un nuovo ritmo e si fonde con la musica latina di Gustavo Torregiani, argentino dal carattere forte e dalla personalità vincente. La sua è una storia di successi e di passione che Io pone fra i maggiori interpreti di tutti i tempi.  Nella sua camera ha vinto tutto quello che si può vincere, compresi tre Mondiali. L’ultimo, quello conquistato in Argentina nel 2009. Un titolo che Torregiani vuole mantenere a tutti i costi anche a Milano e a confermarcelo è lui stesso in una lunga chiacchierata dove ad emergere è stata soprattutto la sua determinazione. La stessa che ha contraddistinto la sua vita sin da quando era un bambino.

“Da piccolo non stavo mai fermo esordisce can una grossa risata Gustavo Torregiani L’unico modo che aveva mio padre per tenermi buono era mettermi davanti a un biliardo. lo lo seguivo sempre quando andava a giocare al club e non appena era possibile cercavo anche io di tirare qualche colpo. Ero ancora un bambino, avevo più o meno 11 anni all’epoca e quindi mi sembrava solo un gioco. Poi crescendo iniziai a dedicarmi ai biliardo in maniera professionale. Non ho mai avuto un vero e proprio maestro, cercavo soprattutto di imparare misurandomi al tavolo con i giocatori più esperti. Avevo 15 anni e ancora tanta strada da fare”.

ll percorso di Gustavo Torregiani tuttavia si rivela subito in discesa. Le sue qualità innate e la sua tecnica gli permettono di raggiungere rapidamente dei traguardi importanti. II suo battesimo col fuoco nei 1989 a Chiasso, con la conquista dei primo titolo del Mondo.

“Arrivai a quei Mondiale da perfetto outsider racconta Torregiani Era la mia seconda partecipazione Vista the nel 1985 ero venuto in Italia per disputare il Mondiale di Spoleto. In quell’occasione ero stato l’unico a battere Giampiero Rosanna, il campione di quella edizione. Nonostante questo non partivo certo fra i favoriti a Chiasso. Il destino però a volte riserva delle situazioni inaspettate. Quindici giorni prima del Mondiale per esempio fui vittima di un brutto incidente. ll pullman sul quale viaggiavo si scontro con un camion ed io fui I ‘unico ad uscirne illeso. Che sia stata la mano di Dio, la fortuna, o il destino questo non lo so. Quindici giorni dopo mi presentai a Chiasso e vinsi il Mondiale.

Nel corso di un torneo importante può succedere anche questo. Man mano che giochi infatti senti dentro di te delle sensazioni che ti fanno andare avanti. Si è presentata cosi l‘occasione di arrivare fino in fondo e non me la sono lasciata sfuggire fu un risultato davvero incredibile.

Avevo 27 anni, nella mia giovane carriera ancora non avevo vinto nemmeno il campionato argentino (lo vinse poi l'anno successive, ndr) eppure ero diventato Campione del Mondo. Quella vittoria mi apri le porte per un ruolo da protagonista nel biliardo dell'epoca. Fra il 1989 e il 1990 venni cinque volte in Italia per dei tornei o delle esibizioni. Tutto questo, inevitabilmente, creo intorno a me delle grandi aspettative”.

Confermarsi, come si sa, e sempre difficile. Riuscirci però può regalare una gloria quasi eterna. Gustavo Torregiani ci é riuscito e il suo personale appuntamento con la storia si svolge a Brescia nel 1990.

"Mi presentai al Mondiale di Brescia da campione in carica commenta l’argentino Dentro di me sentivo di dover dimostrare che il primo successo non era stato un case. Cercai cosi di giocare al meglio delle mie possibilità ed ottenni in maniera incredibile anche il secondo titolo. Fu una gioia immensa, che rappresento una vera e propria svolta per la mia carriera. Dopo il secondo Mondiale infatti ricevetti un’offerta importantissima da uno sponsor e cosi decisi di trasferirmi in Italia. Inizialmente fu un’esperienza abbastanza traumatica. Io e mia moglie ci ritrovammo catapultati in una nuova realtà dall’altra parte del Mondo. Avevamo anche due bambine piccole e tutto ci appariva diverso. Il mio obiettivo però era far diventare il biliardo una vera professione e ora, a distanza di anni, posso dire di esserci pienamente riuscito. Questo sport infatti ha cambiato la mia vita e per questo non posso che sentirmi fortunato. Mi ha data la possibilità di girare il mondo e di conoscere tante persona. Sarò sempre grato all’ltalia che mi ha ospitato e alla F.I.Bi.S. che mi ha permesso di lavorare sempre liberamente. I successi, le sconfitte, tutto quello che ha ruotato intorno al biliardo in questi anni, mi hanno reso l’uomo che sono ora”.

Gustavo Torregiani è un giocatore schietto e glaciale al tavolo, che non ha mai perso la sua voglia di successi anche dopo i due Mondiali conquistati consecutivamente. La prova è nell'ultimo titolo iridato vinto nel 2009, a Villa Maria, a 19 anni esatti dall’ultima volta.

“L’ultimo Mondiale ha un sapore davvero particolare racconta ancora Torregiani Fine a quel momento ne avevo conquistati già due, è vero, ma lo avevo fatto sempre Iontano dall'Argentina.

Nel 2009 si presento I ‘occasione di giocare a Villa Maria, davanti alla mia gente, e fu davvero un'emozione incredibile. Non potrò mai scordare per esempio il tifo della mia famiglia e degli amici di tutta una vita. Furono davvero la mia forza. Eravamo come un’unica entità, soprattutto nella finale contro Daniel Lopez. Vinsi io quel Mondiale, ma è come se lo avessimo fatto tutti insieme".

Il successo del 2009 e I ‘ultimo nell’albo d'oro dei Mondiali. Sei anni dopo c’è l’occasione per Torregiani di poter scrivere nuovamente la storia.

"Il Mondiale e sempre difficile conclude il nativo di Leones Forse un gradino più sopra c'è solo il Grand Prix di Goriziana. Lo so, sembra un paradosso detto da uno che ha vinto per due volte a Saint Vincent, ma posse assicurare che è stata una vera e propria impresa. Certamente il Mondiale ha il suo fascino, Questo appuntamento di Milano poi Io aspetto dal 2009.

Essere il Campione del Mondo in carica infatti è bello, ma esserlo per tanti anni senza poter difendere iI titolo non e la stessa cosa. Fremo dunque dalla voglia di misurarmi con i miei avversari e sto facendo una preparazione specifica in Argentina per farmi trovare nelle migliori condizioni. Sono pronto e motivato. Voglio regalare ancora emozioni".